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Diritto del lavoro - Mobbing, declassamento del lavoratore e maternità facoltativa





Buogiorno, Mi chiamo T. ed ho 37 anni. Ho appena terminato il mio periodo di maternità facoltativa e sto   finendo       le ferie accumulate; dovrò rientrare al lavoro verso metà luglio. Il presidente della ditta dove sono impiegata da 12 anni mi ha detto che non hanno bisogno di me (come impiegata) e mi ha proposto queste   alternative:       - accettare il declassamento ad operaia; ed andare a lavorare in   fabbrica       (imballare prodotti nel cartone) con decurtazione dello stipendio che dalle attuali 1600 euro passerà alla cifra di 1100 euro circa. - oppure licenziarmi e lui mi offrirà alcuni mesi in più come incentivo. - se invece voglio ritornare a fare l'impiegata (ero al centralino) lui potrebbe trovarmi un'occupazione, ma ha detto che non ho la "testa" per fare un lavoro da 1600 euro, e che probabilmente riceverei una serie di raccomandate di demerito.... per poi arrivare al licenziamento. Tutto questo è una ripicca da parte sua perché ho usufruito della prematernità che è comunque un mio diritto (ma ovviamente non l'ha ammesso). Invece ha detto che la causa di questo suo atteggiamento è dovuto al   fatto       che secondo lui io non sono all'altezza di svolgere un lavoro impiegatizio   e,       utilizzando le sue parole "Non sa dove mettere una con una testina come   la       mia". Vi prego di aiutarmi, perché ho provato a rivolgermi al sindacato CIGL,   ma       la persona di riferimento è chiaramente d'accordo con il Datore di Lavoro. Il tempo stringe e devo risolvere subito questa contestazione prima del mio rientro al lavoro. (ENTRO IL 10 LUGLIO) Infine ci tengo a precisare che nemmeno io voglio lavorare in un posto   in       cui non sono ben accetta, ma voglio far valere i miei diritti economici. Grazie Cordiali saluti.



RISPOSTA



Dal contenuto della mail mi sembra di capire che sei assunta a tempo indeterminato dall’azienda in questione. Ebbene tutti i lavoratori assunti a tempo indeterminato devono superare un periodo di prova previsto dalla contrattazione collettiva e dal contratto individuale di lavoro.

Perché il datore di lavoro non si è reso conto, durante il periodo di prova della tua testina insignificante ???

Hai cambiato testina nell’ultimo periodo ??? Direi di no !!!

Se il datore non eccepisce nulla, entro il periodo di prova, non ha più facoltà di mettere in discussione le capacità del dipendente.

Non sei obbligata ad accettare il declassamento, né le dimissioni, inoltre non ti possono essere comminate sanzioni disciplinari, per presunte incapacità professionali, ma soltanto per i tuoi eventuali comportamenti negligenti (come ritardi ripetuti nel tempo ovvero uso di beni aziendali per fini personali, uso del telefono per chiamate di carattere privato …).

Non ti possono licenziare per incapacità, non è previsto dalla contrattazione collettiva; eppoi il licenziamento potrebbe essere impugnato dal dipendete ed il datore di lavoro correrebbe il rischio di una condanna da parte del Tribunale monocratico del lavoro.

La condotta posta in essere dal presidente della ditta, può essere qualificata come “mobbing”, in quanto persecutoria, arbitraria, immotivata e reiterata nel tempo. Puoi pertanto, agire in giudizio, con l’assistenza di un avvocato, al fine di chiedere un risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali che sono conseguenza diretta ed immediata del “mobbing” subito all’interno dell’ambiente lavorativo.

Puoi agire in giudizio soprattutto per far cessare la suddetta condotta illecita.

Il mobbing è, nell'accezione più comune in Italia, un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.

Per potersi parlare di mobbing, tuttavia, l'attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico.

Si distingue, nella prassi, fra mobbing gerarchico e mobbing ambientale; nel primo caso gli abusi sono commessi da superiori gerarchici della vittima, nel secondo caso sono i colleghi della vittima ad isolarla, a privarla apertamente della ordinaria collaborazione, dell'usuale dialogo e del rispetto.

La pratica del mobbing consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Ad esempio: sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro, dequalificazione delle mansioni a compiti banali (fare fotocopie, ricevere telefonate, compiti insignificanti, dequalificanti o con scarsa autonomia decisionale) così da rendere umiliante il prosieguo del lavoro; rimproveri e richiami, espressi in privato ed in pubblico anche per banalità (è questo il tuo caso); dotare il lavoratore di attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, arredi scomodi, ambienti male illuminati; interrompere il flusso di informazioni necessario per l'attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull'accesso a Internet); continue visite fiscali in caso malattia (e spesso al ritorno al lavoro, la vittima trova la scrivania sgombra). Insomma, un sistematico processo di "cancellazione" del lavoratore condotto con la progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali indispensabili allo svolgimento di una normale attività lavorativa.

In Italia, il mobbing non è configurato come specifico reato a sé stante. Gli atti di mobbing possono però rientrare in altre fattispecie di reato, previste dal codice penale, quali le lesioni personali gravi o gravissime, anche colpose che sono perseguibili di ufficio e si ritengono di fatto sussistenti nel caso di riconoscimento dell'origine professionale della malattia (anche le ipotesi di reato di ingiuria, minaccia ovvero diffamazione). La legge italiana disciplina anche il risarcimento del danno biologico, associabile a situazioni di mobbing.

La Costituzione italiana (artt. 2-3-4-32-35-36-41-42) infatti, tutela la persona in tutte le sue fasi esistenziali, da quella di cittadino a quella di lavoratore. Inoltre, sul datore di lavoro (quindi anche sul capo ufficio che rappresenta il datore di lavoro in azienda) grava l’obbligo contrattuale, derivante dall’art. 2087 cod. civ., di tutelare la salute e la personalità morale del dipendente. E’ possibile, ai sensi delle suddette norme, agire in giudizio per far valere le proprie ragioni.

La sentenza numero 19232/2005 della Corte di Cassazione prevede inoltre, la sanzione del licenziamento per il capo ufficio che si rivolge, nell’ambito dell’espletamento delle sue funzioni, ai suoi colleghi con atteggiamento arrogante e con espressioni violente, offensive e volgari.  

Se non dovesse configurasi mobbing, per mancanza della prosecuzione per oltre sei mesi della condotta illecita, resta sulle tue posizioni.
Continua a lavorare e alla prima raccomandata di “monito”, al primo errore del presidente, parti con una querela per “minaccia” e rivolgiti all’avvocato.
Se la condotta persecutoria non ha superato il termine dei sei mesi, devi soltanto attendere il momento giusto per assestare il colpo decisivo e far valere i tuoi diritti.
Siamo in attesa per ulteriori chiarimenti.
Cordiali saluti.

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