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Diritto del lavoro - Mobbing: permesso per il diritto allo studio punito con trasferimento. Ricorso al tribunale del lavoro



Sabrina da Lecco:



Buongiorno, tutto è cominciato con la richiesta delle ore di permesso studio nell'anno scolastico 2008/2009.

Sono una donna di 40 anni separata con un figlio e dal 2002 lavoro (o lavoravo) come responsabile in un negozio. I fatti sono: non sono più responsabile ma svolgo il lavoro di semplice commessa, ho continui spostamenti dalla mia sede di lavoro ad altri punti vendita, mi hanno fatto stare per punizione senza due mesi lo stipendio, circa due mesi fa mi hanno cambiato sede di lavoro e mi hanno mandato con un trasferimento d'ufficio a 50 km dalla mia attuale sede e senza motivo,mi hanno rimandato alla mia attuale sede a voce e ora mi rimandano nell'altra ho ricevuto 3 provvedimenti disciplinari infondati ed è chiaro a tutti che c'è un accanimento nei miei confronti che non ha fondamento.

Vorrei sapere se ci sono gli estremi per una denuncia di mobbing, anche perchè io non ce la faccio più, sono stanca, stressata e non riesco nemmeno più a dormire.

Tutto questo mi causa un ansia pazzesca e non posso permettermi di lasciare un posto di lavoro visto che sono sola ed ho un figlio da mantenere.

Ringrazio per la risposta. Sabrina

RISPOSTA



Purtroppo, al giorno d’oggi, ci sono datori di lavoro che considerano i diritti dei lavoratori, subordinati (ad esempio il diritto ai permessi studio) al loro discrezionale gradimento.


Qual è la maniera più efficace per far capire al proprio datore di lavoro che ogni lavoratore ha piena facoltà di esercitare i suoi diritti e che non deve essere sottoposto a ricatti, ogni volta che intende esercitarli?


La risposta è semplice: presentare un ricorso al Tribunale, Sezione lavoro, così sarà l’autorità giudiziaria, con sentenza, a ricordare al datore di lavoro, le norme che regolano i rapporti con i suoi dipendenti.


Andiamo con ordine: ai sensi dell’articolo 2103 del codice civile, un lavoratore che è stato assunto come responsabile di negozio non può, successivamente alla firma del contratto, svolgere le mansioni di commesso in quanto le stesse sono qualitativamente inferiori. Il datore di lavoro è tenuto a valorizzare la professionalità del dipendente; si tratta di un dovere inderogabile.


La punizione che hai subito (il mancato pagamento dello stipendio) è non solo infondata ed illegittima, ma ha rilevanza penale. Il datore di lavoro deve essere denunciato per questo suo comportamento, all’autorità giudiziaria.


Lo spostamento di un dipendente da un’unità produttiva, in un’altra sede o reparto, da parte del datore di lavoro, deve avvenire per iscritto e deve essere motivato esclusivamente da comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive, ai sensi dell’articolo 2103 del codice civile.
Il dipendente deve essere sentito dal datore di lavoro, prima dello spostamento in altro reparto, e deve essere informato riguardo le motivazioni che giustificano il provvedimento di trasferimento.
Il tuo trasferimento pertanto, può essere impugnato dinanzi al Giudice del Lavoro; l’autorità giudiziaria con sentenza, annullerà gli effetti del provvedimento, in quanto lo stesso è privo di reali motivazioni.
I provvedimenti disciplinari devono essere motivati, altrimenti sono anch’essi impugnabili dinanzi al Giudice del Lavoro che provvederà ad annullarli con effetto retroattivo.
Ritengo, alla luce di tutto quello che ti è successo, che ci siano i presupposti per agire in via giudiziaria, al fine di chiedere un risarcimento per i danni causati dal mobbing (ansia, stress, insonnia), esercitato nei tuoi confronti, da parte del tuo datore di lavoro.
La pratica del mobbing, infatti consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Ad esempio: sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro, dequalificazione delle mansioni a compiti banali (fare fotocopie, ricevere telefonate, compiti insignificanti, dequalificanti o con scarsa autonomia decisionale) così da rendere umiliante il prosieguo del lavoro; rimproveri e richiami, espressi in privato ed in pubblico anche per banalità; dotare il lavoratore di attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, arredi scomodi, ambienti male illuminati; interrompere il flusso di informazioni necessario per l'attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull'accesso a Internet); continue visite fiscali in caso malattia (e spesso al ritorno al lavoro, la vittima trova la scrivania sgombra). Insomma, un sistematico processo di "cancellazione" del lavoratore condotto con la progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali indispensabili allo svolgimento di una normale attività lavorativa. Altri elementi che fanno configurare il mobbing, possono essere "doppi sensi" o sottigliezze verbali quando si è in presenza del collega oggetto di mobbing, cambio di tono nel parlare quando un superiore si rivolge al collega vittima, dare pratiche da eseguire in fretta l'ultimo giorno utile. Tutte queste situazioni ed in genere gli attacchi verbali non sono facilmente traducibili in "prove certe" da utilizzare in un eventuale processo per cui è anche difficile dimostrare la situazione di aggressione.
Il mio consiglio è pertanto, quello di cercare dei colleghi disposti a testimoniare a tuo favore, dinanzi al Giudice del Lavoro. Devono essere delle persone di fiducia che non si facciano ricattare al momento della deposizione in giudizio.
Senza la loro testimonianza, rischi di perdere il giudizio, il posto di lavoro e di essere condannata a pagare le spese giudiziarie.


Non ci sono dubbi riguardo l’esistenza del mobbing nel tuo caso, tuttavia, il vero problema è riuscire a dimostrare in giudizio, con delle prove, il comportamento del datore di lavoro.
Per potersi parlare di mobbing, l'attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale all’espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico.
In Italia non esiste una legge in materia di mobbing e quindi il mobbing non è configurato come specifico reato a sé stante. Gli atti di mobbing possono però rientrare in altre fattispecie di reato, previste dal codice penale, quali le lesioni personali gravi o gravissime, anche colpose che sono perseguibili di ufficio e si ritengono di fatto sussistenti nel caso di riconoscimento dell'origine professionale della malattia. La legge italiana disciplina anche il risarcimento del danno biologico (ossia il danno alla salute), associabile a situazioni di mobbing.
Ritengo che il tuo datore di lavoro debba rispondere, nei tuoi confronti, di lesioni personali e pertanto, che sia tenuto a risarcire il danno alla salute che ha cagionato, oltre che a cessare di aggredire i tuoi diritti, con la sua condotta illegittima in ambito lavorativo.
Rivolgiti ad un avvocato specialista di diritto di lavoro o di diritto sindacale; è necessaria l’assistenza di un legale per presentare il ricorso per mobbing.
Cordiali saluti.

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