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Conflitto di interessi tra la professione di psicologa ed il rapporto di lavoro subordinato





Io sono lavoratore dipendente, con contratto a tempo indeterminato per una Cooperativa sociale dal 2012; nel 2014 ho aperto la Partita Iva come psicologa e svolgo l'attività di libero professionista presso il mio studio, il mio datore di lavoro è a conoscenza di questo. In cooperativa lavoro come educatrice e sono inquadrata nella categoria impiegati. per la suddetta cooperativa seguo una bambina, la famiglia paga il mio compenso alla cooperativa attraverso una legge regionale; la stessa famiglia, gestisce privatamente un altro finanziamento per la minore e mi ha chiesto di svolgere un intervento con la bambina pagandomi privatamente. La cooperativa mi ha intimato di rifiutare, sia minacciando "conseguenze", che parlandomi del divieto di concorrenza.
Premetto che non ho mai firmato un patto di concorrenza con la cooperativa, ma mi chiedo, anche se questo è implicito e previsto dal codice civile, quanto sono illegale? come mi ha definito il mio datore di lavoro? Quello che mi chiedo io è, vista la mia professione e il settore in cui lavoriamo, tutti i miei potenziali pazienti sono anche potenziali clienti della cooperativa? Mi possono realmente vietare di proseguire un percorso con la famiglia, che ribadisce il suo diritto di poter continuare a gestire i suoi soldi autonomamente?
Vi ringrazio anticipatamente



RISPOSTA



Sì, confermo il diritto della cooperativa datrice di lavoro di vietare alla dipendente l'intervento a pagamento in qualità di professionista a partita iva, ossia di psicologa.
Non si tratta di un patto di non concorrenza da rispettare …
Non hai mai firmato un patto di non concorrenza e qualora lo avessi firmato, il patto di non concorrenza si applica nel periodo immediatamente successivo alle tue dimissioni da lavoratore dipendente, ai sensi dell'articolo 2125 del codice civile.

Art. 2125 del codice civile. Patto di non concorrenza.

Il patto con il quale si limita lo svolgimento dell'attività del prestatore di lavoro, per il tempo successivo alla cessazione del contratto, è nullo se non risulta da atto scritto, se non è pattuito un corrispettivo a favore del prestatore di lavoro e se il vincolo non è contenuto entro determinati limiti di oggetto, di tempo e di luogo.
La durata del vincolo non può essere superiore a cinque anni, se si tratta di dirigenti, e a tre anni negli altri casi. Se è pattuita una durata maggiore, essa si riduce nella misura suindicata.

Alla fattispecie “de quo” si applica l'articolo 2105 del codice civile. Il dipendente non deve “trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l'imprenditore”.

Art. 2105 del codice civile. Obbligo di fedeltà.

Il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l'imprenditore, né divulgare notizie attinenti all'organizzazione e ai metodi di produzione dell'impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio.

Hai scritto: vista la mia professione e il settore in cui lavoriamo, tutti i miei potenziali pazienti sono anche potenziali clienti della cooperativa … quindi stante l'obbligo di fedeltà nei confronti del datore di lavoro, non potresti esercitare la professione di psicologa, nello stesso ambito territoriale ove opera la tua cooperativa.
Di conseguenza, almeno in questo caso, consiglio di non entrare in contrasto con il datore di lavoro; diversamente, ci sarebbero i presupposti per il licenziamento per giusta causa, per violazione dell'articolo 2105 del codice civile.

A disposizione per chiarimenti.

Cordiali saluti.

Fonti: