Aspettativa legge Signorello trasferimento coniuge del dipendente pubblico all'estero





Dal dicembre 2008 risiedo in Austria come insegnante con nomina quinquennale del Ministero Affari Esteri. Nella primavera del 2016 mia moglie, impiegata postale, ha inoltrato domanda all' Ufficio Personale di Poste Italiane per ottenere un periodo di aspettativa senza assegni (legge 8 marzo 2000 n.53 art.4) e potermi così seguire all'estero, ma non le è stato concesso per asserite difficoltà di sostituzione. Nello scorso mese di ottobre ha inoltrato una nuova domanda con la richiesta di un altro periodo di aspettativa ma le è stato negato telefonicamente, senza nemmeno inviarle risposta scritta, come mi pare sia previsto dalla legge.
Intanto abbiamo saputo che ad un’impiegata postale di un ufficio vicino, con analoga situazione familiare, negli anni scorsi sono stati concessi vari periodi di congedo per raggiunger il marito all’estero, l'ultimo, alcuni mesi fa. A questo punto chiedo se si può fare qualcosa per ottenere il rispetto di quel che credo sia un diritto, visto che contemporaneamente una legge del novembre 1980 conosciuta come "legge Signorello" prevede per gli impiegati statali che si trovano in questa situazione la possibilità di chiedere un'aspettativa che può protrarsi per vari anni e che viene immediatamente concessa. In fin dei conti le Poste italiane non tengono conto, almeno nel caso di mia moglie, dei disagi psicologici e dello stress dovuti ad una separazione prolungata tra coniugi.
Può configurarsi in tutto questo una condizione di mobbing, per costringere un’impiegata a lasciare di sua volontà il lavoro? Attendendo un parere, invio distinti saluti

RISPOSTA



Non è possibile obbligare il datore di lavoro, Poste italiane, a concedere l’aspettativa richiesta da tua moglie, per i seguenti motivi:

1) la legge “Signorello” si applica ai dipendenti pubblici; le Poste italiane sono, da diversi anni, una società per azioni, sebbene in parte di proprietà dello Stato, quindi i dipendenti delle Poste non hanno lo “status” giuridico di dipendenti pubblici, ma di lavoratori privati.
2) L’articolo 4 della legge 53 del 2000, da te citato, riguarda i periodi di astensione per maternità o malattia del bambino, quindi non è applicabile alla tua fattispecie. Riporto in seguito, la suddetta norma.

Articolo 4 della legge 53 del 2000.

L'articolo 15 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, è sostituito dal seguente: "Art. 15. – 1. Le lavoratrici hanno diritto ad un'indennità giornaliera pari all'80 per cento della retribuzione per tutto il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro stabilita dagli articoli 4 e 5 della presente legge. Tale indennità è comprensiva di ogni altra indennità spettante per malattia. 2. Per i periodi di astensione facoltativa di cui all'articolo 7, comma 1, ai lavoratori e alle lavoratrici è dovuta:
a) fino al terzo anno di vita del bambino, un'indennità pari al 30 per cento della retribuzione, per un periodo massimo complessivo tra i genitori di sei mesi; il relativo periodo, entro il limite predetto, è coperto da contribuzione figurativa;
b) fuori dei casi di cui alla lettera a), fino al compimento dell'ottavo anno di vita del bambino, e comunque per il restante periodo di astensione facoltativa, un'indennità pari al 30 per cento della retribuzione, nell'ipotesi in cui il reddito individuale dell'interessato sia inferiore a 2,5 volte l'importo del trattamento minimo di pensione a carico dell'assicurazione generale obbligatoria; il periodo medesimo è coperto da contribuzione figurativa, attribuendo come valore retributivo per tale periodo il 200 per cento del valore massimo dell'assegno sociale, proporzionato ai periodi di riferimento, salva la facoltà di integrazione da parte dell'interessato, con riscatto ai sensi dell'articolo 13 della legge 12 agosto 1962, n. 1338, ovvero con versamento dei relativi contributi secondo i criteri e le modalità della prosecuzione volontaria.
3. Per i periodi di astensione per malattia del bambino di cui all'articolo 7, comma 4, è dovuta:
a) fino al compimento del terzo anno di vita del bambino, la contribuzione figurativa;
b) successivamente al terzo anno di vita del bambino e fino al compimento dell'ottavo anno, la copertura contributiva calcolata con le modalità previste dal comma 2, lettera b).
4. Il reddito individuale di cui al comma 2, lettera b), è determinato secondo i criteri previsti in materia di limiti reddituali per l'integrazione al minimo.
5. Le indennità di cui al presente articolo sono corrisposte con gli stessi criteri previsti per l'erogazione delle prestazioni dell'assicurazione obbligatoria contro le malattie dall'ente assicuratore della malattia presso il quale la lavoratrice o il lavoratore è assicurato e non sono subordinate a particolari requisiti contributivi o di anzianità assicurativa".

3) la questione è disciplinata invece, dalla contrattazione collettiva (contratto collettivo nazionale dei dipendenti delle Poste Italiane). L’articolo 35 (dal comma I al comma IV) del contratto collettivo-Poste Italiane sottolinea che la concessione dell’aspettativa senza assegni, al dipendente non è un diritto soggettivo del lavoratore, ma è subordinata alla valutazione discrezionale del datore di lavoro che, in ragione di esigenze aziendali, può legittimamente rifiutare la richiesta di aspettativa. Evidentemente nell’ufficio dove lavora la collega di tua moglie, che ha ottenuto il periodo di aspettativa, non sussistono le necessità di servizio, presenti presso l’ufficio della tua signora; probabilmente l’ufficio di tua moglie è attualmente sotto organico … L'azienda deve rispondere per iscritto alla richiesta di aspettativa del dipendente, entro 10 giorni dalla richiesta. Il lavoratore può chiedere il riesame della domanda di aspettativa.

Art. 35 CCNL Poste Italiane. Aspettative per motivi di famiglia, richiamo alle armi, volontariato e servizio civile, cariche pubbliche elettive

A) Per motivi di famiglia e/o personali


I. Il lavoratore, ai sensi della legge n. 53 del 2000 e delle relative norme di attuazione, può richiedere per gravi e documentati motivi relativi alla situazione personale, della propria famiglia anagrafica, dei soggetti di cui all’articolo 433 c.c. anche se non conviventi, nonché dei portatori di handicap, un periodo di aspettativa, continuativo o frazionato, non superiore a due anni nell’arco della vita lavorativa.

II. Durante tale periodo il lavoratore conserva il posto di lavoro. L'aspettativa comporta la perdita dell'intera retribuzione, non determina decorrenza dell’anzianità ad alcun fine e non è computabile ai fini previdenziali. Per tale periodo il lavoratore può procedere al riscatto ovvero al versamento dei relativi contributi, calcolati secondo i criteri della prosecuzione volontaria.

III. Il limite di due anni è calcolato secondo il calendario comune.

IV. L’Azienda è tenuta entro dieci giorni dalla richiesta dell’aspettativa ad esprimersi sulla stessa ed a comunicarne l’esito al dipendente. In caso di diniego o di concessione parziale, motivati dall’Azienda sulla base di esigenze organizzative e produttive, che non consentono la sostituzione del dipendente, il lavoratore potrà richiedere che la domanda venga riesaminata nei successivi quindici giorni.

V. Al rientro in servizio, ove necessario, allo scopo di favorire il reinserimento nell’attività lavorativa, il personale potrà essere avviato a specifici corsi di formazione.

VI. I dipendenti genitori ovvero - dopo la loro scomparsa o nei casi di loro impossibilità a provvedere all’assistenza del figlio perché totalmente inabili - uno dei fratelli o delle sorelle conviventi di un soggetto con handicap in situazione di gravità, nonché il coniuge di un soggetto con handicap in situazione di gravità con lui convivente, possono fruire di congedi per un periodo massimo di due anni nell’arco dell’intera vita lavorativa, secondo i criteri e le modalità di cui all’art 4, comma 4 bis della Legge 53/2000, trasfuso nell’art. 42, comma 5 del D.Lgs. 151/2001.

Durante il periodo di congedo i dipendenti hanno diritto ad una indennità corrispondente all’ultima retribuzione percepita.

B) Per richiamo alle armi

I. Il richiamo alle armi per qualunque esigenza delle Forze Armate determina la sospensione del rapporto di lavoro, anche in periodo di prova, con diritto alla conservazione del posto per tutto il periodo del richiamo.

II. Il lavoratore al termine del richiamo deve porsi a disposizione della Società per riprendere servizio entro:

- 5 giorni se il richiamo ha avuto una durata non superiore ad un mese;

- 8 giorni se il richiamo ha avuto una durata da uno a sei mesi; - 15 giorni se il richiamo ha avuto una durata superiore a sei mesi. Qualora il lavoratore non rispetti i suddetti termini sarà considerato dimissionario.

III. Il periodo di tempo trascorso, in costanza di rapporto, in richiamo alle armi viene computato a tutti gli effetti quale periodo di servizio prestato.

IV. Le Parti stipulanti il presente CCNL convengono che i periodi di richiamo alle armi sono utili ai fini della maturazione delle ferie.

V. I dipendenti richiamati alle armi percepiscono lo stipendio e gli assegni personali di cui sono provvisti, per un periodo massimo di sessanta giorni; successivamente a tale periodo la Società corrisponderà l'eventuale differenza fra lo stipendio in godimento e quello erogato dall'Amministrazione militare.

VI. La disposizione di cui al comma IV è applicabile anche al personale con contratto a tempo determinato fino alla scadenza del contratto stesso. In tale ipotesi la decorrenza del termine del contratto viene sospesa e la durata del contratto è protratta per un periodo pari al tempo in cui è stato richiamato.

C) Per volontariato e servizio civile

I. La Società può concedere, compatibilmente con le esigenze di servizio, un periodo di aspettativa di durata non superiore ad un anno, ai lavoratori che ne facciano richiesta in quanto aderenti alle organizzazioni di volontariato di protezione civile di cui al D.P.R. 194/2001. A tali lavoratori potrà essere inoltre riconosciuta la possibilità di usufruire, compatibilmente con le esigenze organizzative e produttive, delle forme di flessibilità dell’orario di lavoro o delle turnazioni previste dal presente CCNL.

II. La Società può concedere, compatibilmente con le esigenze di servizio, ai lavoratori con la qualifica di volontario in servizio civile o cooperante ai sensi degli artt. 31 e 32 della legge 26 febbraio 1987 n. 49 e successive modificazioni, che intendano prestare la loro opera in Paesi in via di sviluppo, un periodo di aspettativa di durata anche superiore a quella massima di un anno.

III. L’aspettativa di cui ai due commi che precedono comporta la perdita dell'intera retribuzione e determina la sospensione del rapporto di lavoro a tutti gli effetti.

D) Per ricoprire cariche pubbliche elettive

Al dipendente con rapporto di lavoro a tempo indeterminato, chiamato a svolgere funzioni pubbliche elettive nonché eletto/designato alle cariche di amministratore locale, viene concesso, a richiesta, un periodo di aspettativa non retribuita, anche per tutta la durata del mandato, secondo quanto previsto dalle specifiche disposizioni di legge vigenti in materia.

Il lavoratore che al termine dei periodi di aspettativa di cui al presente articolo non riprenda servizio senza giustificato motivo sarà considerato dimissionario.


4) Tua moglie ha invece diritto di ricevere un diniego per iscritto, alla sua richiesta di aspettativa; il diniego non può essere comunicato telefonicamente o verbalmente, al dipendente, ma per iscritto, e deve indicare le motivazioni che sono alla base del rigetto (ad esempio, l’ufficio del dipendente è attualmente sotto organico). La discrezionalità del datore di lavoro non deve essere confusa con il mero arbitrio; il diniego deve essere congruamente motivato per iscritto, a pena di invalidità. Richiedete quindi una motivazione scritta del diniego all’aspettativa senza assegni, richiesta da tua moglie.
5) Non si tratta nel modo più assoluto di mobbing.
Secondo la giurisprudenza della Cassazione, “il mobbing è un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi, nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza”.
Per potersi parlare di mobbing, tuttavia, l'attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico.
Il singolo episodio spiacevole per il dipendente o contrario alla legge non può configurare mobbing. Siamo a disposizione per ulteriori chiarimenti.
Cordiali saluti.

Fonti: