Il decesso di un cointestatario non incide sulla legittimazione dei cointestatari superstiti ad operare sul conto





Una zia paterna muore 9 mesi fa lasciando un testamento olografo che è stato pubblicato. Ha legato un appartamento ad una Fondazione culturale. Questa ha presentato autonomamente senza alcuna comunicazione agli altri eredi, la dichiarazione di successione 2 mesi fa. La zia ha inoltre lasciato ai quattro nipoti (non esistono altri eredi) un appartamento a testa e liquidi, titoli (fondi e titoli di stato)in due istituti bancario, in 4 parti uguali. Uno degli eredi, 15 giorni fa,ha presentato la propria dichiarazione di successione "integrativa"di quella della Fondazione per i soli beni di sua pertinenza (immobile e banche), dopo aver acquisito parere positivo sulla procedura da parte della locale Agenzia delle Entrate. Gli altri 3 chiamati all'eredità sono "inerti"; al momento non si sa se vogliano accettare l'eredità, impugnarla e non rispondono alle richieste di attivarsi. Qualora le banche si rifiutassero (come sembrano intenzionate a fare) di cedere il quarto dei depositi liquidi e titoli all'erede che ha presentato la dichiarazione, in mancanza delle firme degli altri tre eredi, quali possibilità ha l'erede di ottenere la propria parte dei depositi bancari ?



RISPOSTA



La questione è controversa. Da una parte abbiamo la posizione favorevole della Cassazione che si è orientata come segue:
“alla luce della pronuncia della Suprema Corte n.15231/2002, con la quale si è stabilmente affermato che il decesso di un cointestatario non incide sulla legittimazione dei cointestatari superstiti ad operare sul conto, con diritto ritirare disgiuntamente l’intera provvista portata dal conto di deposito”.

Dall'altra abbiamo le decisioni degli arbitrati bancari ed il testo unico imposte successione e donazione.

Ecco di seguito un esempio di decisione dell'arbitrato sfavorevole per il coerede che intende ritirare la sua quota:
l'arbitrato richiama il disposto dell’art. 48, comma 3, del decreto legislativo n.346/1990 (t.u. imposte successioni e donazioni) in base al quale

“i debitori del defunto ed i detentori di beni che gli appartenevano non possono pagare le somme dovute o consegnare i beni detenuti agli eredi, ai legatari e ai loro aventi causa, se non è stata fornita la prova della presentazione, […] della dichiarazione della successione o integrativa con l’indicazione dei crediti e dei beni suddetti, o dell’intervenuto accertamento in rettifica o d’ufficio, e non è stato dichiarato per iscritto dall’interessato che non vi era obbligo di presentare la dichiarazione.” Si cita altresì il successivo comma 4 ove è stabilito che “Le aziende e gli istituti di credito, […] non possono provvedere ad alcuna annotazione nelle loro scritture né ad alcuna operazione concernente i titoli trasferiti per causa di morte, se non è stata fornita la prova della presentazione, […], della dichiarazione della successione o integrativa con l’indicazione dei suddetti titoli, o dell’intervenuto accertamento in rettifica o d’ufficio, e non è stato dichiarato per iscritto dall’interessato che non vi era obbligo di presentare la dichiarazione”.

https://www.arbitrobancariofinanziario.it/decisioni/categorie/Deposito%2520di%2520titoli%2520in%2520amministrazione/Cointestazione/Dec-20140110-96.pdf

L'erede che ha presentato la dichiarazione di successione, dovrebbe citare in giudizio la banca e gli altri coeredi, e sperare che il giudice si allinei alla giurisprudenza della Cassazione.

Ovvero può chiedere, con ricorso al tribunale in camera di consiglio, ai sensi dell'articolo 481 del codice civile, che il giudice fissi un termine entro cui accettare l'eredità, trascorso il quale si configurerà rinuncia all'eredità a tutti gli effetti.

Ecco il modello del ricorso ex art. 481 codice civile. Consiglio ovviamente questa seconda opzione.
Normalmente il termine per accettare l'eredità è di anni dieci dalla morte del de cuius, ai sensi dell'articolo 480 del codice civile.

A disposizione per chiarimenti.

Cordiali saluti.