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Donazione - Collazione, donazione, divisione ereditaria





E´ un problema di divisione di eredità. Ci sono tre figli. Una figlia circa 30 anni fa entra insieme al marito a far parte della società del padre di lei che gestisce un negozio, mentre gli altri due figli scelgono un lavoro diverso senza pretendere nulla. Alla figlia vengono anche intestati i muri del negozio un po´ per dote un po´ con l´dea da parte del padre che il negozio è di chi ci lavora .Dopo quindici anni la figlia e suo marito diventano unici proprietari della società (snc) essendo i genitori andati in pensione. Durante questi 30 anni figlia e marito ampliano e migliorano con soldi propri l´azienda ristrutturando radicalmente i l negozio. Dopo 15 anni diventano unici titolari dell´azienda. All´atto della morte dei genitori , nel decidere la divisione dei beni , da un lato c´è la figlia che dice che il fatto di essere entrata nella società non deve essere considerata e quantificata in nessun modo se non eventualmente per il valore dei muri del negozio , visto che l´azienda è andata avanti con gli sforzi anche economici suoi e del marito; dall´altro gli altri figli che dicono che la cosa deve incidere sulla divisione dei beni perchè lei ha avuto un beneficio economico entrando nella società. Chi ha ragione?



RISPOSTA



Per rispondere alla tua domanda in maniera chiara ed esauriente, è opportuno, in via preliminare, delineare una breve premessa sulle norme previste in materia di collazione, dal codice civile.
Le donazioni, effettuate in vita dal padre, in favore dei figli (tra cui i muri del negozio donati alla figlia) vanno considerate, in sede di riparto ereditario.
Al momento della morte del defunto, infatti, è necessario procedere ad una particolare operazione algebrica, denominata dal codice civile, COLLAZIONE.

Si tratta di un istituto peculiare alla divisione ereditaria. Essa, come indica la parola stessa dal latino "cum fero", è l’atto con il quale i discendenti e il coniuge del "de cuius" che accettano l’eredità, conferiscono nell’asse ereditario (in natura o per imputazione) quanto ricevuto dal defunto in donazione. La collazione è obbligatoria per legge salvo che il donatario ne sia dispensato dal donante nei limiti della quota disponibile (737, I° co., cod. civ.).
Nel tuo caso tuttavia, non vi è stata alcuna dispensa da collazione, da parte di tuo padre, relativamente ai muri del negozio.

Secondo l’opinione espressa dalla Suprema Corte di Cassazione, l’istituto della collazione trova il suo fondamento nella presunzione (conforme alla ricorrente valutazione sociale) che il "de cuius", facendo in vita donazioni ai figli ed al coniuge, abbia semplicemente voluto compiere delle attribuzioni patrimoniali gratuite in anticipo sulla futura successione. Pertanto, la collazione serve a rimuovere la disparità di trattamento che le donazioni creerebbero ed a ristabilire la situazione di eguaglianza tra coeredi. In tal modo la Corte ha fatto proprio il convincimento che ravvisa il fondamento della collazione nella corrente valutazione sociale della donazione fatta agli eredi necessari (figli e coniuge), come anticipazione di eredità, cioè come anticipazione di quanto loro spettante sulla successione. Al momento della morte del disponente, quindi, il bene donato dovrà essere considerato quale acconto, se non addirittura come saldo, della quota ereditaria.

La collazione comporta, all’apertura della successione, una risoluzione o revocazione legale della donazione effettuata e, conseguentemente, il bene donato (denaro) rientra immediatamente (ossia senza atto di trasferimento) nella comunione dei coeredi; nel caso in cui la collazione avviene per imputazione, rientra in comunione non il bene donato, ma il suo valore in denaro (nel caso di donazione di immobili, ad esempio).

La giurisprudenza prevalente ritiene che l’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione e che i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da una espressa domanda dei condividenti.

La collazione produce l’effetto pratico di aumentare realmente l’asse ereditario da dividere.

Per regola generale sono oggetto di collazione, e quindi di conferimento, tutti i beni donati in vita dal "de cuius" al proprio discendente o al coniuge. Infatti l’art. 737 cod. civ. sancisce che il discendente o il coniuge deve conferire “ tutto ciò che ha ricevuto dal defunto in donazione, direttamente o indirettamente”.

La collazione insomma, consente di ristabilire una situazione di equilibrio tra gli eredi del "de cuius", al momento dell'apertura della successione.

Tanto premesso, per rispondere nello specifico alla tua domanda, occorre considerare gli articolo 741 e 743 del codice civile.

Ai sensi dell'articolo 741 del codice civile,

"E' soggetto a collazione ciò che il defunto ha speso a favore dei suoi discendenti per assegnazioni fatte a causa di matrimonio, per avviarli all'esercizio di un'attività produttiva o professionale, per soddisfare premi relativi a contratti di assicurazione sulla vita a loro favore o per pagare i loro debiti".

Ai sensi dell'articolo 743 del codice civile,

"Non è dovuta collazione di ciò che si è conseguito per effetto di società contratta senza frode tra il defunto e alcuno dei suoi eredi, se le condizioni sono state regolate con atto di data certa".

Alla luce delle suddette norme, ai fini del riparto ereditario, i muri del negozio donati alla figlia, devono essere considerati, attribuendo agli stessi un valore pari a quello di mercato al momento della morte del "de cuius".
Devono essere considerate anche tutte le spese effettuate dal "de cuius", per avviare l'erede all'esercizio dell'attività.
Ai sensi dell'articolo 743 invece, non devono essere considerati i miglioramenti dell'azienda, né tanto meno, la figlia deve conferire agli altri eredi una somma pari ai benefici ottenuti, entrando a far parte della società.
Il codice civile riconosce pertanto, le ragioni della figlia.
Sono a disposizione per ulteriori chiarimenti.
Cordiali saluti.

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