Diritto del lavoro - Dimissioni per giusta causa e mobbing, disoccupazione ordinaria.





Vorrei sapere se con I presupposti che descrivo, c’è la possibilità di ottenere la giusta causa per le mie dimissioni che ho dato con lettera del 26 genn 2011 con effetto immediato e con richiesta di non trattenere il preavviso. La lettera di dimissioni era sufficientemente circostanziata a descrivere la brutta situazione emotiva in cui mi trovavo.
Io lavoravo come responsabile amministrativo, contabile, gestione scadenze, registrazioni iva e liquidazioni, pagamenti contributivi, elenchi intracee, contrattualistica, oltre a tante altre mansioni necessarie al funzionamento del ciclo completo amministrativo oltre al bilancio finale di esercizio comprese tutte le scritture di assestamento, dichiarazione iva col commercialista e verifiche che hanno sempre riscontrato successo. Mi occupavo anche del personale dipendente come pagamenti e registrazioni connesse alle buste paga provenienti da un centro esterno e curavo alcune pratiche individuali e collettive come CIGO, CUD,ANF,770, mod.730 ecc ecc. Alle dimissioni il datore risponde (RR 31/1 ricevuta da me il 4/2) che accetta ma tratterrà il preavviso, nel mio caso di 4 mesi in quanto impiegata di 6 livello in industria metalmeccanica da 14 anni. Nient’altro, solo queste poche righe.
Una decina di giorni addietro il datore mi rimprovera apertamente davanti al mio ufficio, ad alta voce, in quanto secondo lui avrei dovuto occuparmi io di un problema (ridicolo problema di sistemazione di un elenco di beni non più tenuti in officina, beni di cui non conosco la natura ne la forma, perché sono un contabile amministrativo) per il quale non conoscevo il programma su cui operare destinato ad altri uffici. Sono rimasta stupita di un simile comportamento nei miei confronti, al limite dell’oltraggioso per futili motivi e pretestuoso, senza nessun senso dal mio punto di vista in quel momento.
Così, a causa di un ‘crollo emotivo’ ho fatto 5 giorni di malattia (non faccio mai malattia se non per cause gravi molto sporadiche e solo legate alla mia patologia di ernie al disco cervicale connesse alla postura), diagnosticata come ‘sindrome ansiosa reattiva’ e avvisato il datore via mail, prima di inviare il certificato medico, in cui scrivevo che mi sentivo “stanca, frustrata, demotivata, depressa professionalmente parlando”. Alla mail il datore non ha risposto. Al mio rientro il datore non ha detto ne chiesto nulla in proposito, ma fa annunciare da un collega che a giorni in busta paga, tutti i dipendenti avrebbero avuto un aumento retributivo.
Non gioisco troppo perché la disparità di trattamenti economici non commisurati alle capacità ed ai ruoli nel contesto aziendale di fattispecie, è una delle cause del mio disagio. Il datore conosce bene questo disagio in quanto da me comunicato verbalmente l’anno scorso in occasione della distribuzione dei modelli CUD (marzo 2010) quando avevo anche specificato che i miei scatti per anzianità erano terminati. Nuovo accenno all’argomento l’ho fatto a dicembre, quando la situazione di crisi nel caso aziendale in specie non esisteva più e quindi si poteva riconsiderare alcune posizioni in attesa.
Premetto che in occasione del precedente aumento collettivo, gennaio 2007, io ho avuto un aumento di 40 euro (lordi) mentre i miei colleghi di pari livello, ma anche gli operai, l’hanno avuto in misura notevolmente superiore (compresa una mia collega con cui sono a stretto contatto e che fa spesso riferimento a me). L’eco di questa disparità si era diffusa tra tutti i colleghi, ed il risultato dell’opera di qualcuno relativa alla mia perdita di credibilità, si è poi ulteriormente rafforzato nel tempo. In occasione di questo aumento 2011 ecco che per me la beffa si ripete, ma anche la mia pazienza si esaurisce. Non mi sento più in grado di sopportare di nuovo tutto ciò che ho già patito in precedenza.
Negli ultimi nove di questi 14 anni, non ho lavorato con la passione che mi contraddistingue. Si è affievolita poco a poco perché sempre meno considerata, l’ufficio amministrativo sempre più boicottato:

-Il mio spazio vitale e di lavoro di 3 metri per quattro era sempre sporco (ho fatto anche delle foto), ho sollecitato chi si occupava di pulire, ultimamente anche dicendolo al datore di lavoro che ovviamente non mi ha presa sul serio.

-Le pratiche amministrative avevano sempre minore importanza rispetto alle altre, anche la mia presenza dal datore quando riceveva altre visite successive ed io ero già lì, o quando riceveva telefonate, due su tre dovevo ritornare, a tentativi. Non avevo riferimenti in azienda tranne il datore, quindi spesso dovevo usare la fantasia, l’intuito, l’iniziativa solo personale.
Le pratiche amministrative, di ogni tipo venivano guardate come una scocciatura, soprattutto dal punto di vista software, poca precisione e tempestività nella cosegna dei documenti necessari ai normali disbrighi, a volte ero costretta a chiedere diverse volte le stesse cose e gli stessi documenti per poter adempiere al mio lavoro normale.

-Non ho mai fatto corsi di aggiornamento o formazione di alcun tipo ne sono mai stata invitata a farne. L’aggiornamento è sempre stato a mia cura personale e visto che era necessario me lo facevo da sola tramite internet nei ritagli di tempo o all’occorrenza.

-Da due anni e più, il datore non permette (se non quando lui non se ne può far carico) che il centro paghe invii direttamente a me i documenti da pagare o le circolari di aggiornamento e qualsiasi altra comunicazione inerente i dipendenti, mi è stato riferito dall’impiegata del centro stesso, e non dal mio datore, dopo una mia esplicita richiesta, per mia personale deduzione. Demansionamento ancora precedente riguardava la gestione della Privacy, in silenzio, ho capito che se ne doveva occupare il figlio divenuto dirigente, salvo poi tornare nelle mie competenze per mancanza di interesse da parte di quest’ultimo, che aveva anche sottoscritto contratti con una società esterna senza farmi partecipare o mettermi al corrente.

-In conseguenza alla perdita di credibilità che è stata ordita contro di me, il mio rapporto con i colleghi ne ha risentito, la mia persona non era ben vista e la qualità sociale della vita in ufficio per me era pessima in generale.

-Mi ero occupata anche di testare e segnalare modifiche al nuovo programma di contabilità integrato ed introdotto da qualche anno ad opera di un programmatore esterno, anche lì invece di ringraziare erano scocciati ed offensivi rispetto alle mie posizioni;

-Ho sopportato e superato screzi di vario genere, atteggiamenti ostili e di stizza, dal datore e altri in occasione di mie richieste circa, ad esempio ma è solo un esempio, il cambiamento del PC, ormai obsoleto e rumoroso, quando in azienda sono stati cambiati;

-Un anno dopo che gli uffici sono stati rifatti o ridipinti per manutenzione, ma il mio no ovviamente, sono riuscita finalmente a far pitturare solo il retro del termosifone per grazia ricevuta, era inguardabile, e se quella volta nessuno avesse provveduto, avevo già deciso di farlo da sola…

Potrei citare tantissimi altri episodi che confermano quanto fosse difficile per me continuare ad occuparmi serenamente del mio lavoro, ho anche conservato qualche mail molto eloquente, ma mi rendo conto quanto mi faccia male ricordare questi fatti. Penso anche che per le mie mansioni, la categoria e lo stipendio che avevo erano insufficienti, avrei dovuto avere la categoria superiore, visto che operavo in piena autonomia la maggior parte delle mie funzioni ed aiutavo anche spesso la mia collega del commerciale in alcune delle sue.

Termino col dire che il datore di lavoro non ha rimosso tutti gli ostacoli che avrebbe dovuto e neppure si è impegnato, anche in ordine alle mie dimissioni, il suo silenzio potrebbe rivelare già l’intenzione di indurmi a licenziarmi.
Per tutti questi motivi, ed altri che non ho citato, chiedo se possibile richiedere la giusta causa delle mie dimissioni con la conseguenza che non devo pagare l’indennità di preavviso.
Grazie.
Cordiali saluti



RISPOSTA



Senza alcun dubbio, relativamente alla fattispecie “de quo”, è possibile fare riferimento all'istituto giurisprudenziale delle dimissioni per giusta causa. Tali dimissioni sarebbero da considerare una legittima reazione alla condotta di mobbing, posta in essere, in ambito lavorativo, dai tuoi superiori.
Le dimissioni per giusta causa sono state consacrate con la circolare INPS n. 97 del 2003 che ha accolto l’orientamento della sentenza n. 269/2002 della Corte Costituzionale, nella quale si prevedeva il pagamento dell’indennità ordinaria di disoccupazione, anche nel caso di dimissioni per giusta causa. La Corte Costituzionale aveva stabilito che le dimissioni riconducibili a giusta causa comportano, al pari del licenziamento, uno stato di disoccupazione involontaria. Con la medesima circolare del 2003, è proprio l'INPS ad elencare il mobbing, tra i legittimi presupposti delle dimissioni per giusta causa.

Che cos'è il mobbing ??

Il mobbing è, nell'accezione più comune in Italia, un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.
Per potersi parlare di mobbing, tuttavia, l'attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico. Si distingue, nella prassi, fra mobbing gerarchico e mobbing ambientale; nel primo caso gli abusi sono commessi da superiori gerarchici della vittima, nel secondo caso sono i colleghi della vittima ad isolarla, a privarla apertamente della ordinaria collaborazione, dell'usuale dialogo e del rispetto.
La pratica del mobbing consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Ad esempio: sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro, dequalificazione delle mansioni a compiti banali, demansionamento (fare fotocopie, ricevere telefonate, compiti insignificanti, dequalificanti o con scarsa autonomia decisionale) così da rendere umiliante il prosieguo del lavoro; rimproveri e richiami, espressi in privato ed in pubblico anche per banalità; dotare il lavoratore di attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, arredi scomodi, ambienti male illuminati, sporchi; interrompere il flusso di informazioni necessario per l'attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull'accesso a Internet); continue visite fiscali in caso malattia (e spesso al ritorno al lavoro, la vittima trova la scrivania sgombra). Insomma, un sistematico processo di "cancellazione" del lavoratore condotto con la progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali indispensabili allo svolgimento di una normale attività lavorativa.
La Costituzione italiana (artt. 2-3-4-32-35-36-41-42) tutela la persona in tutte le sue fasi esistenziali, da quella di cittadino a quella di lavoratore. Sul datore di lavoro (quindi anche sul capo ufficio che rappresenta il datore di lavoro in azienda) grava perciò l’obbligo contrattuale, derivante dall’art. 2087 del codice civile, di tutelare la salute e la personalità morale del dipendente.
Il tuo datore di lavoro non solo non ha tutelato al tua integrità fisica e morale, ma ti ha emarginato professionalmente, per convincerti a dare le dimissioni.
Hai il materiale probatorio necessario per dimostrarlo dinanzi al Tribunale del lavoro:
le fotografie dello stato di sporcizia del luogo di lavoro, le mail inviate al dirigente prive di una risposta dal parte di quest'ultimo (segno di mancanza di educazione e di rispetto del collaboratore), colleghi che possono testimoniare riguardo l'assurdo episodio del rimprovero o circa il tuo demansionamento/emarginazione lavorativa.

Tanto premesso, non solo non eri tenuta al preavviso di dimissioni, ai sensi dell'articolo 2118 del codice civile, ma puoi agire dinanzi al tribunale del lavoro per chiedere

1)il risarcimento dei giorni di preavviso, come se il tuo datore di lavoro ti avesse licenziata senza darti il preavviso di licenziamento

2)lo specifico risarcimento danni per mobbing

3)il riconoscimento del tuo diritto all'indennità di disoccupazione ordinaria, come se fossi stata licenziata.

Vorrei segnalare inoltre, l'importanza di contattare i tuoi colleghi che in passato, si sono dimessi senza preavviso, senza che il datore trattenesse alcunché dalla loro liquidazione; se essi fossero disponibili a testimoniare in giudizio questa circostanza, vinceresti al 100%, il tuo processo contro il datore di lavoro.
Fai di tutto per convincerli a testimoniare a tuo favore, sono la prova più evidente del mobbing che hai subito e di conseguenza delle dimissioni per giusta causa.
Sempre a disposizione.
Cordiali saluti.

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