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Diritto del lavoro - Il mobbing sul lavoro del responsabile di reparto





Sono una dipendente part time a tempo indeterminato,costretta dopo 5 anni a mettersi in aspettativa dalla mia responsabile x maltrattamenti sul posto di lavoro.Il capoarea mi ha suggerito l 'aspettativa , dato che il trasferimento non e'possibile in questo periodo.Ora mi trovo a non percepire stipendio ,pur avendo spese d'affitto da sostenere.Prima di me si e' messa in aspettativa un ' altra collega per le stesse ragioni.Vorrei sapere come posso difendermi.Grazie.



RISPOSTA



La condotta posta in essere dalla responsabile del reparto a cui sei stata assegnata, può essere qualificata come “mobbing”, in quanto persecutoria, arbitraria, immotivata e reiterata nel tempo. Puoi pertanto, agire in giudizio, con l’assistenza di un avvocato, al fine di chiedere un risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali che sono conseguenza diretta ed immediata del “mobbing” subito all’interno dell’ambiente lavorativo.
Puoi agire in giudizio soprattutto per far cessare la suddetta condotta illecita.

Il mobbing è, nell'accezione più comune in Italia, un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.
Per potersi parlare di mobbing, tuttavia, l'attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico.
Si distingue, nella prassi, fra mobbing gerarchico e mobbing ambientale; nel primo caso gli abusi sono commessi da superiori gerarchici della vittima, nel secondo caso sono i colleghi della vittima ad isolarla, a privarla apertamente della ordinaria collaborazione, dell'usuale dialogo e del rispetto.
La pratica del mobbing consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Ad esempio: sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro, dequalificazione delle mansioni a compiti banali (fare fotocopie, ricevere telefonate, compiti insignificanti, dequalificanti o con scarsa autonomia decisionale) così da rendere umiliante il prosieguo del lavoro; rimproveri e richiami, espressi in privato ed in pubblico anche per banalità (è questo il tuo caso); dotare il lavoratore di attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, arredi scomodi, ambienti male illuminati; interrompere il flusso di informazioni necessario per l'attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull'accesso a Internet); continue visite fiscali in caso malattia (e spesso al ritorno al lavoro, la vittima trova la scrivania sgombra). Insomma, un sistematico processo di "cancellazione" del lavoratore condotto con la progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali indispensabili allo svolgimento di una normale attività lavorativa.
In Italia, il mobbing non è configurato come specifico reato a sé stante. Gli atti di mobbing possono però rientrare in altre fattispecie di reato, previste dal codice penale, quali le lesioni personali gravi o gravissime, anche colpose che sono perseguibili di ufficio e si ritengono di fatto sussistenti nel caso di riconoscimento dell'origine professionale della malattia (anche le ipotesi di reato di ingiuria, minaccia ovvero diffamazione). La legge italiana disciplina anche il risarcimento del danno biologico, associabile a situazioni di mobbing.

La Costituzione italiana (artt. 2-3-4-32-35-36-41-42) infatti, tutela la persona in tutte le sue fasi esistenziali, da quella di cittadino a quella di lavoratore. Inoltre, sul datore di lavoro (quindi anche sul capo ufficio che rappresenta il datore di lavoro in azienda) grava l’obbligo contrattuale, derivante dall’art. 2087 cod. civ., di tutelare la salute e la personalità morale del dipendente. E’ possibile, ai sensi delle suddette norme, agire in giudizio per far valere le proprie ragioni.
La sentenza numero 19232/2005 della Corte di Cassazione prevede inoltre, la sanzione del licenziamento per il capo ufficio che si rivolge, nell’ambito dell’espletamento delle sue funzioni, ai suoi colleghi con atteggiamento arrogante e con espressioni violente, offensive e volgari.

Il mio consiglio però, è di agire con molta cautela: informa della tua situazione l’ufficio che all’interno dell’azienda si occupa delle questioni di mobbing e i rappresentanti sindacali che operano nell’azienda. Le organizzazioni sindacali hanno il dovere di perseguire ogni tipo di condotta anti sindacale o in genere lesiva della dignità del lavoratore. Inoltre, questa soluzione ti permette di evitare le spese necessarie per la difesa e l’assistenza di un avvocato.
Se la tutela del sindacato non dovesse essere sufficiente al tuo scopo, rivolgiti ad un legale per intraprendere un'azione giudiziaria.
Cordiali saluti.

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