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Impugnazione licenziamento per giusta causa del dipendente





Tizio espleta la propria attività lavorativa presso l'azienda Alfa in qualità di operaio ed in forza di un contratto a tempo determinato della durata di 36 mesi con scadenza prevista al 30.6.2013.L'azienda Alfa ha 7 dipendenti e svolge attività di progettazione, sviluppo e installazione di turbine motrici destinate ad essere applicate su veicoli da rimorchio; applica ai propri dipendenti il C.C.N.L. Metalmeccanici. In ragione del proprio inquadramento Tizio ha diritto a percepire EUR 1.400,00 netti a titolo di retribuzione. Accade però che, negli ultimi 10 mesi del rapporto lavorativo a termine (settembre 2012-giugno 2013), l'azienda, a causa della contrazione del fatturato registrata in bilancio, riesce a corrispondere mensilmente a Tizio la somma di sole EUR 1000,00, promettendogli in ogni caso di dargli quanto in sua spettanza non appena l'andamento economico della azienda stessa fosse migliorato. Scaduto il contratto a termine, in data 20.7.2013, l'azienda Alfa assume Tizio con contratto a tempo indeterminato, riprendendo peraltro a corrispondergli pienamente la retribuzione cui ha diritto per una somma pari a EUR 1.400,00.Tizio dapprima rivendica solo oralmente le somme dovutegli (senza costituzione in mora per iscritto) in relazione al pregresso rapporto lavorativo a termine; successivamente, in data 1.11.2013, stufo delle promesse più volte disattese dal datore di lavoro di saldare quanto spettatigli, decide di adire il Tribunale depositando un ricorso ex art. 414 c.p.c. contenente domanda di condanna alla corresponsione di differenze retributive. L'azienda Alfa, ritenendo che Tizio con il deposito del ricorso in Tribunale abbia dimostrato di non avere fiducia nella lealtà e nella correttezza del datore di lavoro e ritenendo altresì la fiducia un elemento imprescindibile del rapporto di lavoro, decide di licenziare Tizio per giusta causa. Tizio si rivolge allora all'avvocato Caio al fine di ottenere un parere legale circa la possibilità di ricorrere in giudizio per l'impugnazione del licenziamento. Il candidato, assunte le vesti dell'avvocato Caio, rediga motivato parere avendo cura di specificare la tipologia di licenziamento concretamente irrogata dall'azienda Alfa nonché le conseguenze sanzionatorie previste dalla legge qualora tale recesso fosse ritenuto dal Giudice illegittimo



RISPOSTA



Il lavoratore Tizio ha commesso un'ingenuità piuttosto grave: prima di procedere “de plano” con il ricorso al tribunale del lavoro, egli avrebbe dovuto notificare una raccomandata a/r di diffida e costituzione in mora del debitore, ai sensi dell'articolo 1219 del codice civile. Invece, egli ha previamente richiesto il pagamento delle sue spettanze, soltanto oralmente e non per iscritto.
Fatta questa premessa circa la scarsa probabilità di vedere accolto il ricorso al tribunale del lavoro, entriamo in medias res.

Non sussistono del pari, i presupposti del licenziamento per giusta causa del dipendente. Non vi è un inadempimento alle obbligazioni contrattuali del dipendente, non vi è una condotta “contra ius”, ossia in violazione di norme di legge da parte sua; da parte del dipendente, vi è invece il legittimo esercizio di un suo diritto costituzionalmente garantito, il diritto di ricorrere al tribunale del lavoro, per chiedere l'accertamento di un diritto soggettivo a percepire spettanze economiche. L'equazione “inadempimento contrattuale, grave violazione dei doveri del dipendente” = “presentazione di un ricorso al datore di lavoro”, è fuorviante in quanto la stessa Costituzione prevede il diritto del cittadino di ricorrere al proprio giudice.
Un diritto costituzionalmente garantito non può essere trattato alla pari di un inadempimento contrattuale o di una violazione dei doveri del dipendente.

Presentare un ricorso giurisdizionale contro il datore di lavoro (a prescindere dalla possibilità del ricorso di essere accolto o meno), non può essere considerata una specifica mancanza commessa dal dipendente. La giusta causa è data da un gravissimo inadempimento degli obblighi contrattuali o anche da un fatto esterno al rapporto, ma tale da far venir meno la fiducia del datore di lavoro nella puntualità dei successivi adempimenti. Non è data dall'esercizio di un diritto costituzionalmente garantito.

I motivi più frequenti riconosciuti come giusta causa di licenziamento, dalla giurisprudenza di merito e di cassazione, rientrano nella seguente casistica:

-Falso infortunio e falsa malattia del dipendente
-Violazione del patto di non concorrenza
-Scorretto uso dei permessi per ex legge 104/92
-Falsa timbratura del cartellino
-Perdita dei requisiti CIG (Cassa Integrazione Guadagni)
-Rifiuto ingiustificato e reiterato del dipendente ad eseguire la prestazione lavorativa
-Abbandono ingiustificato del posto di lavoro da parte del dipendente, con conseguente messa in mancanza di sicurezza degli impianti e possibile mancanza di incolumità delle persone
-Insubordinazione (ad esempio minacce rivolte dal lavoratore ai superiori)
-Rifiuto del dipendente a riprendere il lavoro dopo che è stata constatata l'insussistenza di una malattia con una visita medica fiscale
-Il dipendente lavora per terzi durante il periodo di malattia e questa attività pregiudica la pronta guarigione e il ritorno al lavoro
-Il dipendente, durante l'esercizio delle sue mansioni (specie se fiduciarie), sottrae beni all’azienda
-Il dipendente ha una condotta extra lavorativa penalmente rilevante e idonea a far venir meno il vincolo fiduciario

Poiché non sussiste la giusta causa del licenziamento, in ragione della riforma del lavoro “Fornero” e delle modifiche apportate dal legislatore alla legge 300 del 1970 (articolo 18) ed alla legge 604 del 1966, la sanzione “de quo”, in caso di accoglimento del ricorso (impugnazione del licenziamento con ricorso al tribunale del lavoro) sarà il pagamento di un'indennità da 12 a 24 mensilità, senza la reintegra nel posto di lavoro. La risoluzione del rapporto di lavoro avrà comunque effetto dal momento del licenziamento illegittimo.

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