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Atti di nonnismo nel collegio universitario, come comportarsi?





Nonnismo nei collegi universitari. Gradirei sapere se:
1) le ingiurie, gli atti intimidatori a  svolgere attività fisiche (flessioni,corse, rimanere immobili per ore...) da parte dei compagni di collegio, l'essere cosparsi di lucido da scarpe o di dentifricio negli occhi, l'essere indotti a denudarsi, a compiere simulazioni di atti sessuali,a toccare e farsi toccare parti intime, a bere alcolici, subire la dislocazione degli arredi o la limitazione del sonno o del cibo rientrano in quanto previsto dall'art.610 c.p. Violenza privata
2)- Se può configurarsi la condizione di danno biologico/morale/esistenziale da parte di chi è sottoposto a questi atti.
3) Se l'eventuale reato sussiste anche in caso di apparente consenso.(le matricole non denunceranno mai per paura di ripercussioni e gli anziani minimizzano schierandosi dietro la tradizione goliardica).
4) La volontarietà eventualmente, sana il reato?
5) Se dovessi descrivere questi comportamenti sulla stampa sono passibile di denuncia qualora non potessi produrre le prove di quanto sostengo?
6)L'intervento dell'autorità giudiziaria è d'ufficio o solo su denuncia?
7) I rettori intervengono nei casi limite (lesioni e ricoveri in pronto soccorso) per il resto lasciano correre in nome della tradizione goliardica: sono corresponsabili per mancata vigilanza?
8) Qual'è la condotta più opportuna e consigliabile per le matricole che intendono dissociarsi o per i genitori?



RISPOSTA



Rispondo nello specifico alle tue domande.
1)Questi episodi configurano reati piuttosto gravi come quello di sequestro di persona, visto che la matricola non è libera di allontanarsi dal luogo ove si svolgono le prove di iniziazione. In quel momento la sua liberà è limitata come quella di un carcerato !!!
Si configurano ovvero potrebbero configurarsi inoltre i seguenti reati.

Art. 581. Percosse.

Chiunque percuote taluno, se dal fatto non deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 309. 
Tale disposizione non si applica quando la legge considera la violenza come elemento costitutivo o come circostanza aggravante di un altro reato.

Art. 582. Lesione personale.

Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni. 
Se la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni e non concorre alcuna delle circostanze aggravanti previste negli articoli 583 e 585, ad eccezione di quelle indicate nel numero 1 e nell'ultima parte dell'articolo 577, il delitto è punibile a querela della persona offesa.


Art. 594. Ingiuria.
Chiunque offende l'onore o il decoro di una persona presente è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 516. 
Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa. 
La pena è della reclusione fino a un anno o della multa fino a euro 1.032 se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato. 
Le pene sono aumentate qualora l'offesa sia commessa in presenza di più persone.

Art. 595. Diffamazione.

Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. 
Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065. 
Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516. 
Se l'offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Art. 605. Sequestro di persona

Chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni. 
La pena è della reclusione da uno a dieci anni, se il fatto è commesso:

1. in danno di un ascendente, di un discendente, o del coniuge;

2. da un pubblico ufficiale, con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni.

Art. 609 bis. Violenza sessuale.

Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.  Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:

1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;

2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. 

Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi.

Art. 610. Violenza privata

Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare, od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni.

Art. 612. Minaccia

Chiunque minaccia ad altri un ingiusto danno è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a euro 51. 
Se la minaccia è grave o è fatta in uno dei modi indicati nell'articolo 339, la pena è della reclusione fino a un anno e si procede d'ufficio.

Considera inoltre che questi “buontemponi” entrano nelle stanze dei colleghi contro la loro libertà; commettono altresì il reato di cui all’articolo 614 del codice penale.

Art. 614. Violazione di domicilio.
Chiunque s'introduce nell'abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi s'introduce clandestinamente o con inganno, è punito con la reclusione fino a tre anni. 
Alla stessa pena soggiace chi si trattiene nei detti luoghi contro l'espressa volontà di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi si trattiene clandestinamente o con inganno.  Il delitto è punibile a querela della persona offesa. 
La pena è da uno a cinque anni , e si procede d'ufficio, se il fatto è commesso con violenza sulle cose, o alle persone, ovvero se il colpevole è palesemente armato.

2)E’ certamente possibile chiedere il risarcimento del danno morale/esistenziale, oltre che del danno biologico, ossia il danno alla salute (in caso di invalidità temporanee o permanenti).
La giurisprudenza, dalla mètà degli anni ’90, ammette tali tipologie di risarcimento, in relazione ad episodi di nonnismo, anche privi di percosse o lesioni volontarie all’integrità fisica degli aggrediti.
Nel 1994, tre bersaglieri della Mameli costrinsero le giovani reclute a fare flessioni sulle braccia fino allo sfinimento. I tre bersaglieri furono condannati per un blitz notturno ai danni di nove commilitoni con minore "anzianita" di servizio. Il pretore inflisse ai tre accusati una pena simbolica: 15 giorni di reclusione. La sentenza e' significativa soprattutto perche' stabilisce un precedente valido anche per i soprusi meno gravi, quelli senza percosse o lesioni fisiche: accogliendo l' impostazione del pubblico ministero, infatti, il giudice ha stabilito che e' comunque applicabile la norma del codice penale che punisce la "violenza privata".

Ecco cosa scrissero i giornali dell’epoca.

“Teatro dell' episodio di "nonnismo", la caserma "Mameli" dei bersaglieri. La ricostruzione dell' accusa segue lo schema - tipo: gli imputati che piombano in piena notte nella camerata delle reclute e, tra frizzi e lazzi, svegliano tutti. Di mira vengono presi nove bersaglieri, costretti a fare flessioni sulle braccia fino allo sfinimento. Con atteggiamento arrogante, i tre condannati poi controllano che le "spine" abbiano rispettato le regole della vita da caserma, in particolare la pulizia del pavimento. Per questo, uno degli accusati decide di alzare anche le brande. Ed ecco l' incidente: un pesante letto a castello scivola dalla presa e cade proprio sulla mano di una recluta che sta facendo flessioni. La lesione e' superficiale e senza dubbio involontaria. Ma il ferito deve essere portato in infermeria. E qui il medico di turno non puo' fare a meno di chiedere alla recluta, ancora dolorante, cosa sia successo. La risposta e' tanto sincera quanto scontata: nonnismo. A quel punto la magistratura militare apre un procedimento d' ufficio, cioe' senza alcuna denuncia di parte. Il fascicolo viene poi trasmesso ai giudici ordinari con questa motivazione: nel codice militare non esiste un reato applicabile al "nonnismo". Di qui il processo in pretura, chiuso ieri con le tre condanne per "violenza privata", riferita alle flessioni notturne e non all' incidente con la branda, ritenuto fortuito anche dai giudici. Lo stesso pm, chiedendo il minimo della pena, ha riconosciuto le attenuanti generiche ai tre bersaglieri, tutti residenti tra Bergamo e Brescia. Anche loro, nel processo, si sono visti trattare da bravi ragazzi che hanno fatto un errore. Ma come vadano le cose nelle nostre caserme lo si puo' forse capire, piu' che dalla punizione dei colpevoli, dalla reazione delle vittime: il decreto di citazione a giudizio indicava nove militari come "parti offese", ma nessuno di loro ha approfittato della possibilita' di costituirsi parte civile e, tra l' altro, di guadagnare un po' di soldi di risarcimento. La conclusione, tra il serio e il faceto, e' scontata: il nonnismo sembra davvero una spina difficile da estirpare.
In seguito le norme del codice civile, a fondamento della richiesta di risarcimento danni”.

Art. 2043 del codice civile. Risarcimento per fatto illecito.
Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.

Art. 2059 del codice civile. Danni non patrimoniali.
Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge.

3)Come potrebbe esserci consenso nell’ambito di un ambiente sociale caratterizzato da un fortissimo timor reverentialis ??? Potrebbe esserci il consenso a fare le flessioni, da parte dei patiti del fitness … ma per tutto il resto ??!!
La decisione di non denunciare l’accaduto non equivale a consenso. Anche il reato di stupro non è procedibile d’ufficio ma a querela della persona offesa. Quindi, secondo questo ragionamento, una donna che non denuncia uno stupro, per chissà quale timore, era consenziente al rapporto sessuale ??!!
Sono proprio le modalità con cui sono poste in essere queste angherie, ad escludere il consenso delle matricole, perché si esclude categoricamente la possibilità di “tirarsi fuori” da queste incresciose situazioni.

4)Ma dobbiamo intenderci sul significato di volontarietà ! Non denunciare l’accaduto, non è volontarietà !!!
Inoltre, non possono essere tutti consenzienti, non scherziamo nemmeno !!!

5)Saresti passibile di controquerela per calunnia, in mancanza di prove o di colleghi disponibili a testimoniare a tuo favore.

6)Come vedi alcuni reati, come il sequestro di persona, sono procedibili anche d’ufficio, non necessariamente a seguito di denuncia.

7)Dipende dallo statuto e dal regolamento del collegio universitario. In linea di massima, il rettore è responsabile nel caso in cui non abbia predisposto alcun controllo, nessuna precauzione al fine di evitare questi episodi incresciosi.

8)Denunciare gli accadimenti alla polizia giudiziaria, cercando di procurarsi dei testimoni e delle prove (oggi con un cellulare è piuttosto facile effettuare della registrazioni … )

Siamo a disposizione per ulteriori chiarimenti.

Cordiali saluti.

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