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Diritto del lavoro - Responsabilità del datore di lavoro per i danni provocati dal suo dipendente, nell’esercizio delle sue mansioni



Daniele da Torino:



Buona sera mi chiamo Daniele, vi disturbo per porvi un questito.
Nel settembre 2007, sono stato assunto, con contratto a tempo indeterminato, da un'impresa artigiana, composta da due fratelli, soci tra loro, operante nel settore idraulico e assistenza caldaie, inquadrata nel settore ARTIGIANATO e con applicazione del CCNL METALMECCANICI ARTIGIANATO. Nel mese di aprile 2008, non ricordo esattamente il giorno, nel recarmi (durante l’orario lavorativo) da un cliente con il mezzo di lavoro, un wolksvagen caddy, ho tamponato un veicolo che mi precedeva. Ho sottoscritto la constatazione amichevole prendendomi la colpa dell'accaduto, in quanto mia.
L'automobile che ho tamponato ha subito dei danni nella parte posteriore, mentre il furgone, guidato da me, ha subito apparentemente dei lievi danni nella parte anteriore.
La sera stessa, rientrato in ufficio, ho spiegato l'accaduto ai miei titolari e ho consegnato loro la constatazione amichevole. Ho chiesto loro se dovevamo portare il mezzo in carrozzeria ed eventualmente se avessi dovuto partecipare alle spese per la riparazione. Loro però non hanno voluto portare il mezzo a visionare ne chiedermi l'indenizzo. Dopo quella sera non ho più avuto notizie ne verbali ne scritte riguardo l'accaduto.
Dopo circa sei mesi, io e gli altri miei due colleghi abbiamo firmato la lettera di affidamento del mezzo da lavoro, io per il caddy con il quale avevo tamponato e gli altri due, per altri mezzi.
Di questa lettera non ne ho mai avuto una copia e comunque a mia memoria non vi era riportato alcun riferimento a danni causati dall’affidatario, al mezzo. Il 15 febbraio 2009, io ed un altro collega ( i due più giovani come anzianità di servizio) abbiamo ricevuto la lettera di licenziamento, a causa della riduzione dell'attività produttiva e per l'impossibilità ad adibirci ad altre mansioni. Ho cessato il mio rapporto di lavoro il 28 febbraio 2009.
Dopo un paio di mesi su mia richiesta, mi è stato recapitato per mezzo di posta elettronica una copia del T.F.R. Dal 01 marzo 2009 al 21 settembre 2009, dopo continui solleciti telefonici, via posta elettronica e anche dopo essermi recato personalmente presso il loro ufficio a proporgli un pagamento dilazionato di quanto mi spettava, ovvero lo stipendio del mese di febbraio pari a € 1.258,51 e il T.F.R. pari a € 1.564,16 non ho ricevuto risposte concrete ma solo parole vaghe sulla data del probabile pagamento.
Non sopportando più questa situazione, il 21 settembre 2009, ho deciso di scrivere loro una lettera inviata per mezzo di posta raccomandata con ricevuta di ritorno, segnalando loro che se entro 15 giorni dalla data della stessa non avessero provveduto al pagamento di ciò che mi spettava, mi sarei recato dagli organismi legali competenti. Il 25 settembre, ovvero il giorno dopo aver ricevuto la lettera, sono stato contattato telefonicamente da uno dei titolari ( il legale rappresentante) il quale mi invitava presso il loro ufficio a ritirare l'assegno di quanto mi spettava e “ per fare quattro chiacchiere “. Ieri, il 30 settembre 2009, come d'accordo mi sono recato all'appuntamento con un amico che nel caso in cui qualcosa fosse andato male avrebbe potuto testimoniare; dopo essermi preso una "sfuriata" di parole, in riferimento alla mia lettera spedita, il mio ex titolare con codeste testuali parole " per mia ripicca personale " mi ha presentato il preventivo di riparazione per l'incidente descritto sopra, pari a € 1.200,00 circa, chiedendomi di risarcirgli i danni. Dopo un’accesa discussione sono riuscito a incassare l’assegno di quanto mi spettava ovvero € 2.822,67 e come conclusione in riferimento ai danni subiti,mi hanno chiesto € 500,00 che lì per lì, ho accettato verbalmente dopo diverse mie contestazioni.

A questo punto vi chiedo:

legalmente possono farmi questa richiesta dopo un anno e mezzo dall'accaduto e senza avermi mai fatto prima un richiamo scritto?
L’accordo verbale che ho preso in presenza dei miei due ex titolari e del mio amico è valido?
Nel caso di un procedimento legale, chi avrebbe ragione?
Non so come comportarmi, vi chiedo delucidazioni in merito.
Colgo l’occasione per porgere distinti saluti e per ringraziarvi del supporto datomi.
Daniele



RISPOSTA



Il tuo datore di lavoro evidentemente, non conosce l’articolo 2049 del codice civile; in base alla suddetta norma, il datore di lavoro è responsabile per i danni arrecati dal fatto illecito dei suoi dipendenti o collaboratori, nell’esercizio delle incombenze a cui sono adibiti.

Si tratta di una responsabilità civile di natura oggettiva, che prescinde da ogni tipo di valutazione o giudizio di colpevolezza, circa la condotta del datore o del lavoratore dipendente.

Il datore di lavoro è responsabile, nei confronti dei terzi danneggiati, in ogni caso, anche nell’ipotesi in cui la sua condotta possa apparire esente da ogni colpa.

La giurisprudenza ha sempre fatto riferimento, in questi casi, alla “culpa in eligendo” del datore di lavoro; se il datore di lavoro ha scelto per la sua azienda un determinato collaboratore, risponderà sempre e comunque dell’operato di quest’ultimo, per la semplice circostanza di averlo scelto ed inserito nell’organizzazione aziendale.

Ritengo sia necessario evidenziare il fondamento del criterio d'imputazione della responsabilità del datore di lavoro, verso i terzi.

Per poter imputare ai padroni ed ai committenti questo tipo di responsabilità occorrono due presupposti: l'esistenza di un rapporto con il preposto e l'avere, quest'ultimo, agito in occasione o nel corso dei compiti a lui affidati. Deve cioè trattarsi di un danno causato dal lavoratore nell'esercizio delle sue incombenze.

Il fondamento logico del criterio in parola trova giustificazione in ordine al principio secondo il quale chi trae vantaggio da una certa attività deve sopportarne i costi e pertanto deve rispondere anche dell'attività dei preposti, secondo il brocardo “cuius commoda eius et incomoda”.

Ciò peraltro giustifica il più generale principio di responsabilità per rischio d'impresa, che spinge l'imprenditore, tanto nelle grosse imprese quanto in quelle di minori dimensioni, a valutare i rischi connessi alla sua attività, a prevederli ed a ripartirli secondo la formula della socializzazione del rischio che porta all'assicurazione della responsabilità civile.

In questo senso, la responsabilità del datore di lavoro assolve una funzione di garanzia del danneggiato, che si trova in tal modo a poter contare sulle sostanze del padrone o del committente nel risarcimento del danno ad esso arrecato.

La corte di Cassazione ha enucleato le suddette argomentazioni giuridiche in una nota sentenza del 2006 che è, ancora oggi, un punto di riferimento per la giurisprudenza in materia (Corte di Cassazione, Sezione Lav., Civile, Sentenza del 18 ottobre 2006, n. 22343 - Nesso di occasionalità necessaria tra mansioni e danno e articolo 2049 del codice civile).

La suprema Corte evidenzia che l'art. 2049 c.c., prevedendo la responsabilità di padroni e committenti per i danni arrecati dal fatto illecito dei domestici e commessi nell'esercizio delle loro incombenze, richiede che domestici e commessi abbiano perseguito, col comportamento dannoso, finalità coerenti con le mansioni affidate e non estranee all'interesse del padrone o committente; il nesso di occasionalità necessaria fra mansioni e danno comporta che l'esercizio delle prime, anche al di là della competenza, abbia almeno agevolato la produzione del secondo.

E’ da segnalare anche la seguente sentenza (Corte di Cassazione, Sezione III, Civile, Sentenza del 10 maggio 2005, n. 9764 - Responsabilità civile - Datore di lavoro - Fatto illecito del dipendente - Occasionalità necessaria).

La Corte di Cassazione afferma che, ai fini della configurabilità della responsabilità indiretta del datore di lavoro per il danno arrecato dal fatto illecito del proprio dipendente, è sufficiente che sussista un nesso di occasionalità necessaria tra l'illecito e il rapporto che lega i due soggetti, nel senso che le mansioni o le incombenze affidate all'ausiliario abbiano reso possibile, o comunque agevolato, il comportamento produttivo del danno, a nulla rilevando che tale comportamento abbia ecceduto i limiti delle mansioni stesse.

Ritengo che, nella tua fattispecie, sia presente il nesso di occasionalità necessaria, individuato dalla Corte di Cassazione, nelle citate sentenze. Alla luce dell’articolo 2049 del codice civile e della giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia, non sei tenuto a risarcire il danno provocato alla guida del furgone. Non devi versare nemmeno un euro al tuo datore di lavoro; egli è responsabile del danno, a prescindere dal giudizio di colpevolezza sulla tua condotta, alla guida del furgone.

E’nullo e giuridicamente irrilevante l’accordo orale con cui ti sei impegnato a versare 500 euro, a titolo di risarcimento dei danni cagionati. Cordiali saluti.

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